la mia devozione incondizionata di ventenne insoddisfatto e velleitario
[Sul primo amore un ricordo di Allen Mandelbaum scritto da Andrea Amerio. Un obituary che è anche un pezzo sul tempo e la poesia]
Se qualcuno mi chiedeva chi fosse la figura più importante della mia formazione negli anni universitari, il mio pahre, non avevo dubbi. Lo ricordo appena più giovane di come appare nella foto. Il cappello è sempre quello. Quando apparve in aula 12, al primo piano di quell’hangar di Palazzo Nuovo, io e qualche altro amico che moriva dalla voglia di bruciarsi con l’arte delle parole percepimmo che nelle nostre vite ci sarebbe indubbiamente stato un prima e dopo Mandelbaum. Aveva preso la cattedra di Storia della critica dopo la tragica scomparsa dell’ottimo e compianto Angelo Jacomuzzi, travolto da un automobile ad Aosta, e, in segno di cortesia e benvenuto, avevano preso parte a quella sua prima lezione anche alcuni docenti; se non ricordo male i professori Ossola, Brovarone, Ficara, più svariati assistenti, assegnisti, dottorandi etc., insomma una gran folla.
Appena cominciò a parlare, benché fossi in grado di cogliere sì e no il venti per cento del paesaggio concettuale che andava dispiegando, cominciai a scrivere una confusione di nomi, testi, date, giri di frase che non capivo, giudizi, ecc. e in meno di mezz’ora non avevo dubbi: a lui sarebbe andata tutta la mia devozione incondizionata di ventenne insoddisfatto e velleitario. (continua)

